lunedì 18 gennaio 2016


Siamo prontissimi con la nostra rubrica del lunedì. Oggi qui allo Sportello ospito una coppia di ggiovani che mi spiega i segreti dei social.


LO PSICOLOGO NON SERVE A NIENTE?


Oggi qui allo Sportello Ascolto sono in due.
David, capelli a carciofo e acne, e Ayem, occhietti agili e sorrisetto furbo.
“Perché avete deciso di venire insieme?” chiedo.
“Perché tanto tra di noi non abbiamo segreti, lui sa tutto di me”, è Ayem a rispondere mentre David annuisce e tira fuori dalla tasca il cellulare.
“Vé, sono arrivato a cinquanta like in un’ora neanche” fa capelli a carciofo sbattendo il cellulare sul grugno dell’amico.
Occhietti agili sorride e lo sminuisce, “Io con una frase su ask sono arrivato a cento in mezz’ora”.
“Scusate se vi disturbo” intervengo, “sarei lieto se mi rendeste partecipe”.
“Ah sì sì, scusi prof, è che io e lui facciamo delle specie di gare”, è sempre Ayem a fare da portavoce.
“Ovvero?” domando.
“A chi ha più like… una volta sono arrivato a trecentosessanta” mi fa Ayem con un’aria molto soddisfatta, “Guarda qua se non ci crede prof” e mi mostra una foto a torso nudo in cui sfoggia i pettorali.
“Accidenti!” esclamo ammirato.
“Io sono arrivato a trecento”, anche David vuole rivendicare il suo successo sui social.
“Bravi ragazzi, io al massimo arrivo a tre” faccio un po’ sconsolato.
“E’ che bisogna avere le amicizie giuste” mi spiega Ayem.
“Io forse le ho un po’ sbagliate” mi rammarico.
“Si vede che le tue cose non interessano”.
“Forse hai ragione” sospiro, “Ma torniamo a noi, in queste gare che cosa si vince?”.
“Semplice prof, l’onore” e occhietti agili mi guarda come si guarda il più sfigato del gruppo, “più uno ha dei like, più ragazze può avere e più è considerato”.
“E per voi è importante?”.
“Importanteeee???” si scandalizza Ayem, “E’ fondamentale!”.

lunedì 11 gennaio 2016


Terminate le feste si ritorna alla nostra rubrica del lunedì in compagnia di Manuel e della sua storia a distanza.


 LO PSICOLOGO NON SERVE A NIENTE?


Manuel, sedici anni, occhiali grandi alla Clark Kent e orecchino nero sul lobo mi sta raccontando con la spavalderia di un vecchio lupo di mare le sue innumerevoli conquiste.
“Alla fine però penso solo a una” mi rivela a un certo punto.
“Chi è la fortunata?” gli domando.
Manuel sospira come se gli costasse fatica ammettere che anche un vecchio lupo di mare come lui possa soffrire per amore.
“Si chiama Alice ma c’è un piccolo problema… abita a Roma”.
“Quindi c’è un po’ di distanza”.
“Per la precisione trecentoventuno chilometri” sorride amaro il nostro Manuel.
“Li hai contati bene” gli dico.
“Eh già. Sai quante videochiamate ci siamo fatti da quando ci siamo conosciuti?”.
“No”.
“Centocinquantasette in tre mesi!”.
“Accidenti, le conti una a una, si sente che ci tieni. Ma fammi capire, quindi state insieme?” gli domando un po’ per provocarlo.
“Veramente no, siamo amici, ma…” e sembra quasi che il nostro vecchio lupo di mare si vergogni.
“Ma?”.
“Ma a me piace… e non so come dirglielo, per messaggio è un po’ squallido, vorrei parlarle faccia a faccia” si giustifica.
“E’ solo per questo che non ti sei ancora rivelato?” continuo un tantino a provocarlo.
“E ho un po’ paura che magari lei non provi le stesse cose e in questo caso ci rimarrei male anche perché si rovinerebbe l’amicizia”.
“Bé certo, quando subentra l’amore i rapporti cambiano”.
“Che poi se mi dicesse di no in realtà di ragazze ne avrei quante ne voglio”, ecco che il nostro Manuel ha un moto d’orgoglio.
“Quindi terrai dentro i tuoi sentimenti fino al giorno in cui la rivedrai?”.
“Perlomeno vorrei dirglielo quando sono più sicuro che sia un sì” ammette candidamente.
“Vuoi evitare rischi”.
Manuel ci pensa su poi fa, “Non proprio, anche perché se sapessi che ci sta sicuramente forse mi piacerebbe di meno”.

mercoledì 23 dicembre 2015

Dopo qualche settimana di assenza, eccoci nuovamente in compagnia dei nostri vecchietti sempre più agguerriti.

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA MEGLIO

Oggi qui nella sala polivalente della casa di riposo ad Runcfrèdd sto raccontando dell’ondata di furti che da qualche mese sta travolgendo Cesena e che, accidenti, ha visto coinvolto anche il sottoscritto a cui dei simpatici soggetti non identificati hanno forzato la portiera della macchina e prelevato dal bagagliaio computer e navigatore.
“Quella roba non la ritroverai mai più!” mi conforta Piero dalla sua postazione accanto alla finestra.
“Proprio così” annuisco sconsolato.
“E quei bastardi la faranno franca come sempre!” si indigna sbattendo il pugno sul tavolino.
“Tanto sono stati quei rumeni e quei marocchini!”, è l’immancabile e dolcissima signora Irma a intervenire.
“Questo non lo so, potrebbe essere stato chiunque” le specifico.
“No no, sono stati loro sono sicura!” alza la voce, “Vengono qua da noi per rubare e uccidere!”.
Valà che se ci fosse stato il Duce!” salta su la signora Mafalda che oggi sfoggia una collana di pietre celesti che ha vinto domenica alla tombola della pro loco.
“Se ci fosse stato il Duce?” domando.
“A questi marocchini li avrebbe riempiti di botte e poi li avrebbe spediti tutti nel loro paese!” si infervora.
“Eh sì” si intromette la signora Irma, “era meglio quando c’era il Duce… adesso non si dorme più sicuri e poi a questa gentaccia non ci fanno niente, il giorno dopo sono già liberi”.
“Una volta rubavano i conigli e i polli, adesso rubano tutto!” rincara la signora Mafalda.
“Altroché Renzo o Berlusconi, il Duce avrebbe già risolto la situazione!” sancisce Piero rifilando un altro pugno sul tavolino.

lunedì 21 dicembre 2015

Eccoci prontissimi con la nostra rubrica del lunedì in compagnia di Agnese, dei suoi ricordi e delle sue paure.

LO PSICOLOGO NON SERVE A NIENTE?

“Sai da piccola qual era la mia più grande paura?” mi chiede Agnese con lo sguardo basso e i capelli a coprirle una parte del viso come un sipario, “Che i miei si lasciassero”.
“Ne hanno mai parlato di lasciarsi?” le domando.
“Certo, quando andavo alle elementari litigavano quasi ogni giorno”.
“Quali erano i motivi?”.
“Mamma diceva che papà andava con le altre donne, anzi, con quelle donnacce”.
“Quindi in casa c’era un clima molto pesante”.
“Proprio così” risponde Agnese che ora alza la testa mostrando due occhi gonfi di lacrime e il trucco lievemente sbaffato, “Allora io dicevo che mi faceva male la pancia così attiravo l’attenzione su di me e smettevano di urlare”.
“E funzionava?”.
Agnese annuisce quindi mi fa con un sorrisetto, “Pensa che quando ero in camera giocavo a che i miei litigavano e papà se ne andava di casa mentre mamma si prendeva cura della sua piccola bambina. Ricordo anche che mamma era una Winx senza una gamba e papà un Power Rangers senza un braccio”.
“La storia però è andata diversamente, i tuoi sono rimasti insieme” le faccio.
“Sì, ma a volte è come se mi sentissi in colpa”.
“Perché Agnese?”.
“Perché forse mamma è rimasta in casa per me e magari se papà se ne fosse andato, sarebbe stata più felice”.
“Secondo te mamma non è felice?”.
“Mamma non è mai stata felice”.
   

lunedì 14 dicembre 2015

Oggi, nella nostra rubrica del lunedì, conosciamo Lena, una bellissima ragazza marocchina alle prese con una crisi d’identità.


LO PSICOLOGO NON SERVE A NIENTE?


Lena è una ragazza marocchina, bellissima. Più che una studentessa sembra una velina: alta, magra, con i capelli neri che le cadono sulle spalle come una nuvola d’inchiostro. Quando cammina per i corridoi della scuola sembra che sfili e sa bene che tutti, nessuno escluso, si girano a guardarla.
Ora è qui allo Sportello, di fronte a me, e la sua espressione può essere descritta con un ossimoro: malinconicamente sorridente.
“In Marocco non vivevo bene” mi dice, “non appartengo più a quel paese, non so a che paese appartengo, non so nemmeno quale sia la mia identità”.
“Mi pare di capire che ti senti come in una terra di mezzo” le faccio.
“Proprio così”, esita un attimo, “se qui mi comporto come marocchina non mi trovo ma se prendo la mentalità italiana poi non sono più accettata dai miei”.
“Tu, Lena, cosa vorresti?” le domando.
“Io per esempio ho tanti sogni, vorrei fare la modella, mi piace stare al centro dell’attenzione, essere fotografata” sorride un po’ imbarazzata, “ma i miei non lo accetterebbero perché vogliono che io mi comporti da Mussulmana”.
“Cosa succederebbe se tu seguissi i tuoi sogni?”.
“Perderei il rapporto con i miei e soprattutto con mio padre” si commuove, “io vivo per rendere fiero mio padre… Eppure… ”.
“Eppure?”.
“Eppure non voglio fare la fine delle donne della mia famiglia”.
“Cioè?”.
“Sono tutte insoddisfatte e io so bene che rimpiangono il loro passato per non aver fatto quello che desideravano. E poi io non voglio mettermi il velo”.
“I tuoi vorrebbero che lo portassi?”.
“Sì, ma non è che se lo porti sei migliore. Te lo devi sentire e io ora non lo sento. Quando sono tornata in Marocco tutte avevano il velo e io mi sentivo emarginata, così ho pensato di metterlo anch’io ma poi una volta tornata in Italia ho cambiato idea”.
Rimaniamo un attimo in silenzio poi mi fa, “Sai che parlando ad alta voce ho capito una cosa?”.
“Quale?”.
“Non voglio essere marocchina”.


lunedì 7 dicembre 2015

Dopo una settimana di silenzio forzato eccomi di nuovo prontissimo con la rubrica del lunedì. Oggi siamo in compagnia di Federico e di un gruppo di bulli.


LO PSICOLOGO NON SERVE A NIENTE?


Se non fosse per quella striscia di baffetti neri e incustoditi Federico dimostrerebbe meno dei suoi quattordici anni. Ma i marchi di fabbrica che me lo rendono buffo e tenerissimo allo stesso tempo sono il maglione a rombi, l’occhialino tondo e i capelli schiacciati sulla fronte alla John Lennon.
Un ragazzino vintage lo definirei.
“Mi sono successi dei fatti spiacevoli in autobus” sospira, “da parte di certe persone che conosco e che pensavo amiche”.
“Dimmi pure” annuisco.
“C’è un gruppo di ragazzi della mia zona che mi ha preso di mira. Hanno cominciato a nascondermi lo zaino sotto i seggiolini, mi rubano la merenda e l’altro giorno mi sono spariti cinque euro” e diventa rosso quasi come se si vergognasse.
“Accidenti, è un fatto grave” gli dico.
“Più vedono che mi arrabbio e che come uno scemo mi metto a cercare lo zaino per tutto l’autobus, più continuano… per non parlare delle prese in giro”.
Deve costargli un grande sacrificio rivelarmi questi avvenimenti perché ha la bocca impastata e gli trema la voce.
“Che tipo di prese in giro?” domando.
“Bé mi dicono che sono uno sfigato, che ho la forfora e che mi vesto alla caritas” sospira.
“E tu cosa rispondi?”.
“Un giorno mi sono messo a piangere e loro hanno cominciato a dirmi, povera stella dai vai a piangere da mammina… da un po’ invece cerco di fare finta di niente magari se la smettono”.
“Ne hai parlato con qualcuno?”.
Federico abbassa lo sguardo e scuote la testa, “No, mi vergogno, magari se lo dico ai miei loro si attivano, magari li denunciano e quelli si vendicano su di me. E poi…” sospira ancora.
“E poi?” gli faccio eco.
“E poi forse è vero che sono uno sfigato, dai guardami, sono un sempliciotto, un campagnolo, le ragazze non mi guardano nemmeno per sbaglio e sono pure timido e magari anche un po’ troppo permaloso”.
“Federico” e divento molto serio, “guardami negli occhi. Tu non sei assolutamente sfigato, anzi, sei sensibile, educato ed è un piacere parlare con te”.
Lui mi guarda come a dire, Davvero?.
“E non devi assolutamente vergognarti di nulla” continuo, “anzi devi camminare a testa alta. Hai fatto benissimo a venire da me e d’ora in poi ogni volta che succede un fatto del genere tu ne parli con i tuoi, con i prof o ritorni qui allo Sportello. Promesso?”.
“Promesso” e gli scappa un sorriso, poi riprende, “Lo sai che mi ha fatto bene parlarne, è come se quel groppo che avevo qui nel petto si fosse sciolto e ho anche meno paura adesso”.
Mentre Federico si alza e mi stringe la mano gli dico, “Bravo, sono contento che ti sia fidato di me”.




mercoledì 25 novembre 2015

Eccoci pronti con la rubrica del mercoledì in compagnia dei nostri adorabili vecchietti che oggi celebrano la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.


SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA MEGLIO


Oggi nella sala polivalente della casa di riposo ad Runcfrèdd anche la nostra banda di (s)pregiudicati vecchietti celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
“C’è sempre stata!” ringhia la signora Irma, “Mi sembra di rivedere mio nonno proprio qui, pace all’anima sua”.
“E cosa faceva?” le domando.
“Picchiava a matto la nonna!” esclama con gli occhi spaventati di una bambina, “Ce l’ho ancora davanti, sbiadita, pallida e livida. Sembrava quasi una morta per tutte le botte che prendeva. Pensa che le sue figlie le preparavano una sedia se no cadeva per terra”.
“Qualcuno la difendeva?” le chiedo.
La signora Irma dopo un lungo sospiro scuote la testa, “No, perché poi le prendevano anche loro. Però una volta mi ci sono messa in mezzo io”.
“Accidenti che coraggio” le dico.
“Ho urlato, Basta di picchiare la nonna!, allora lui si è bloccato un attimo poi mi ha minacciato che se non me ne fossi andata via me le avrebbe date anche a me e si è messo la mano sulla cinghia. Io allora sono scappata a casa e ho raccontato tutto a mia mamma”.
“E lei?”.
“Ha detto, E’ vecchio strocco ma quel rospaccio continua a menare la nonna!”.
“Il nonno a te le ha mai date?” le chiedo.
“Non mi ha mai sfiorato e non ha mai sfiorato nemmeno i suoi figli… batteva solo la nonna” sospira con gli occhietti ancora spaventati, “Pace all’anima sua”, ripete come se si sentisse in colpa per aver macchiato il suo ricordo.
“Ringrazio la signora Irma per la sua testimonianza e volevo chiedere perché secondo voi si scatena nell’uomo questa violenza nei confronti delle donne”.
“Perché gli uomini sono arroganti!” interviene la signora Giuliana con un cerchietto celeste nuovo di zecca.
“Perché si ubriacano e perdono la testa!”, è la disamina sociologica della signora Mafalda.
“Perché sono gelosi e vedono cose che non esistono” interviene la garbata signora Pia.
“Va là che siete voi che andate in giro a fare le… ci siamo capiti, no? E poi vi lamentate se gli uomini si arrabbiano!” interviene Piero ferito da chissà quale trauma passato.
“Quindi secondo te l’uomo è giustificato a usare la violenza?” lo provoco.
Piero allora inaspettatamente si fa mansueto e scuote la testa, “No, no, le donne non si toccano nemmeno con un fiore… e quei bastardi che picchiano le donne li metterei in galera tutti e butterei la chiave nell’oceano!”.
Ed è così che dal parterre si alza un applauso convinto.