SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA MEGLIO
Seconda parte
Risolti gli equivoci
iniziali il viaggio della speranza sembrava un po’ meno della speranza rispetto
al previsto. Quattro chiacchiere in tranquillità, aria condizionata che ti
faceva dimenticare i quaranta gradi e la musica degli U2 in sottofondo.
“Dì, ma cos’è sta
musicaccia?”, è stata la Signora Irma a rompere l’incanto.
L’autista allora per non
saper né leggere né scrivere ha messo sulle frequenze di Radio Maria, una
sicurezza con i passeggeri over 80.
E mentre un certo Don
Bigazzi recitava un salmo dietro l’altro è stata ancora la signora Irma a
saltare su, “Dì, ma cos’è quest’ariaccia fredda? Guarda ho i brividi” e ha
indicato il braccio.
L’autista senza fare una
piega ha spento l’aria condizionata e tirato giù i finestrini mentre noi delle
file dietro siamo stati travolti da una badilata di caldo sahariano.
Ma la signora Irma non
era comunque in piano, lamentava che quelle folate le avrebbero peggiorato
l’artrite nel collo, come dice lei, così ha deciso bene di sigillare il suo
finestrino.
“Tira giù quel cazzo di
vetro!” ha gridato Piero ormai in un bagno di sudore.
“Qua si muore” ha piagnucolato
la signora Giuliana che boccheggiante si sventolava con un foglio di giornale.
Allora la signora Irma
mossa a compassione ha tirato giù il finestrino ma solo fino a metà rincagnando
il collo tra le spalle in una primordiale posizione di difesa.
A questo punto,
nonostante il ricircolo di aria sahariana, sembrava essersi ricreato un
microclima accettabile. Sembrava appunto.
Infatti, all’improvviso,
dalla postazione della signora Giuliana è partita una folata di puzza atomica.
Il solito micidiale traversone. Tra
il caldo e l’effluvio avremmo rischiato lo svenimento di massa se non fosse
comparsa a poche centinaia di metri l’insegna di un bar. E il pit-stop è durato
una buona mezz’ora tra scarico, operazioni di toeletta, cambio pannolone e ricarico.
Senza contare che mentre stavamo uscendo la barista cinese ci ha fatto gli
occhiacci come a dire, “Furbetti, usate il mio bagno e non consumate?” e allora
ho comprato una bottiglia d’acqua fresca per evitare almeno il rischio di
svenimenti per disidratazione.
Così, in netto ritardo
sulla tabella di marcia, siamo giunti, Dio grazia sani e salvi, al parco
Levante di Cesenatico. Dovevate vederli i nostri vecchietti stanchi e spaesati
come alieni pacifici appena sbarcati sul pianeta terra. Tranne lui, Ernesto,
che ci ha fatto strada con la sicurezza di chi in quei posti ci ha bazzicato
una vita intera. Era sì emozionato come un soldato americano reduce dal Vietnam
ma anche eccitato al pensiero di incontrare i vecchi amici e di risolvere
quell’ultimo conto in sospeso.
Quando siamo arrivati al
bar per un attimo ho pensato di trovarmi di fronte a un casinò a cielo aperto.
Sotto un ampio gazebo i tavolini erano gremiti di vecchietti concentratissimi
con le carte strette tra le dita e il bicchiere di vino a portata di mano. Se
poi si allungava lo sguardo nei locali interni si potevano notare altri
gruppetti di over 70 ingobbiti sui tavoli da biliardo.
E non appena gli
agguerritissimi giocatori si sono accorti dell’arrivo di Ernesto hanno
abbandonato le loro postazioni e si sono fiondati verso il compagno di tante battaglie.
Baci, abbracci, pacche
sulle spalle fino a che ho visto gli occhi del nostro farsi improvvisamente profondi e glaciali come quelli di
Clint Eastwood. Di fronte a lui un vecchietto tonico e scattante, con un
sorriso che lasciava intravedere una fulgida dentiera, gli stava stringendo la
mano.
In quel momento ho
sentito Ernesto che mollando la presa gli ha detto in tono solenne, “Sei
pronto? Sono tornato proprio per te”.
Mi dispiace, ma per la
resa dei conti dovrete aspettare la prossima puntata: stesso posto, stessa ora,
stesso blog.
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