mercoledì 26 agosto 2015

Eccoci puntualissimi con la nostra rubrica del mercoledì. Che il viaggio della speranza abbia inizio!


SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA MEGLIO

Seconda parte


Risolti gli equivoci iniziali il viaggio della speranza sembrava un po’ meno della speranza rispetto al previsto. Quattro chiacchiere in tranquillità, aria condizionata che ti faceva dimenticare i quaranta gradi e la musica degli U2 in sottofondo.
“Dì, ma cos’è sta musicaccia?”, è stata la Signora Irma a rompere l’incanto.
L’autista allora per non saper né leggere né scrivere ha messo sulle frequenze di Radio Maria, una sicurezza con i passeggeri over 80.
E mentre un certo Don Bigazzi recitava un salmo dietro l’altro è stata ancora la signora Irma a saltare su, “Dì, ma cos’è quest’ariaccia fredda? Guarda ho i brividi” e ha indicato il braccio.
L’autista senza fare una piega ha spento l’aria condizionata e tirato giù i finestrini mentre noi delle file dietro siamo stati travolti da una badilata di caldo sahariano.
Ma la signora Irma non era comunque in piano, lamentava che quelle folate le avrebbero peggiorato l’artrite nel collo, come dice lei, così ha deciso bene di sigillare il suo finestrino.
“Tira giù quel cazzo di vetro!” ha gridato Piero ormai in un bagno di sudore.
“Qua si muore” ha piagnucolato la signora Giuliana che boccheggiante si sventolava con un foglio di giornale.
Allora la signora Irma mossa a compassione ha tirato giù il finestrino ma solo fino a metà rincagnando il collo tra le spalle in una primordiale posizione di difesa.
A questo punto, nonostante il ricircolo di aria sahariana, sembrava essersi ricreato un microclima accettabile. Sembrava appunto.
Infatti, all’improvviso, dalla postazione della signora Giuliana è partita una folata di puzza atomica. Il solito micidiale traversone. Tra il caldo e l’effluvio avremmo rischiato lo svenimento di massa se non fosse comparsa a poche centinaia di metri l’insegna di un bar. E il pit-stop è durato una buona mezz’ora tra scarico, operazioni di toeletta, cambio pannolone e ricarico. Senza contare che mentre stavamo uscendo la barista cinese ci ha fatto gli occhiacci come a dire, “Furbetti, usate il mio bagno e non consumate?” e allora ho comprato una bottiglia d’acqua fresca per evitare almeno il rischio di svenimenti per disidratazione.
Così, in netto ritardo sulla tabella di marcia, siamo giunti, Dio grazia sani e salvi, al parco Levante di Cesenatico. Dovevate vederli i nostri vecchietti stanchi e spaesati come alieni pacifici appena sbarcati sul pianeta terra. Tranne lui, Ernesto, che ci ha fatto strada con la sicurezza di chi in quei posti ci ha bazzicato una vita intera. Era sì emozionato come un soldato americano reduce dal Vietnam ma anche eccitato al pensiero di incontrare i vecchi amici e di risolvere quell’ultimo conto in sospeso.
Quando siamo arrivati al bar per un attimo ho pensato di trovarmi di fronte a un casinò a cielo aperto. Sotto un ampio gazebo i tavolini erano gremiti di vecchietti concentratissimi con le carte strette tra le dita e il bicchiere di vino a portata di mano. Se poi si allungava lo sguardo nei locali interni si potevano notare altri gruppetti di over 70 ingobbiti sui tavoli da biliardo.
E non appena gli agguerritissimi giocatori si sono accorti dell’arrivo di Ernesto hanno abbandonato le loro postazioni e si sono fiondati verso il compagno di tante battaglie.
Baci, abbracci, pacche sulle spalle fino a che ho visto gli occhi del nostro farsi improvvisamente profondi e glaciali come quelli di Clint Eastwood. Di fronte a lui un vecchietto tonico e scattante, con un sorriso che lasciava intravedere una fulgida dentiera, gli stava stringendo la mano.  
In quel momento ho sentito Ernesto che mollando la presa gli ha detto in tono solenne, “Sei pronto? Sono tornato proprio per te”.

Mi dispiace, ma per la resa dei conti dovrete aspettare la prossima puntata: stesso posto, stessa ora, stesso blog.   



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